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I problemi causati dalle presenze degli animali domestici sul luogo del crimine.

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Un recente articolo pubblicato sulla rivista Forensic Science, Medicine and Pathology ha delineato una serie di raccomandazioni e procedure metodologiche per investigatori, medici legali e anatomopatologi che si trovano ad affrontare casi in cui sono coinvolti animali domestici, come cani e gatti, in luoghi dove è stato ritrovato un cadavere.

Questo studio, insieme ad altre ricerche simili pubblicate negli ultimi anni, conferma un aspetto noto agli esperti del settore ma talvolta trascurato a causa della tendenza comune di attribuire agli animali domestici sentimenti e comportamenti antropomorfi. Si è scoperto che, se lasciati senza cibo in ambienti chiusi, gli animali domestici possono consumare i corpi in decomposizione dei loro proprietari, causando alterazioni significative e complicando le indagini forensi.

La frequenza di comportamenti simili da parte degli animali domestici verso i loro proprietari può variare a seconda di diversi fattori, tra cui le condizioni di isolamento sociale delle persone coinvolte e il periodo di tempo in cui l’animale resta in prossimità del cadavere senza altre fonti di nutrimento. Anche se rari, questi comportamenti hanno implicazioni significative per la scienza forense e le indagini.

La presenza di animali domestici costituisce un elemento importante da considerare nell’analisi dei traumi e delle lesioni sui cadaveri, nella determinazione delle cause e nella stima dell’ora approssimativa della morte, così come nel recupero della salma in condizioni integre.

Uno studio condotto da ricercatori dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Berna, in Svizzera, ha esaminato la letteratura scientifica esistente e analizzato sette casi svizzeri inediti. Attraverso questa ricerca, è stato delineato un approccio metodologico, rappresentato in un diagramma di flusso, per garantire una raccolta sistematica e completa dei dati durante le indagini in ambienti chiusi dove si sospetta l’interferenza di cani o gatti nella scena del ritrovamento di un cadavere.

La tendenza diffusa a attribuire agli animali domestici percezioni, comportamenti e sentimenti umani può talvolta indurre le persone a trascurare altre considerazioni cruciali. Si presume spesso che un animale che ha condiviso la vita con un individuo eviterà di utilizzare il suo cadavere come fonte di nutrimento per affetto o rispetto. Tuttavia, una maggiore consapevolezza del fatto che in alcune circostanze cani e gatti possano considerare i cadaveri come una risorsa alimentare dovrebbe spingere gli investigatori a raccogliere informazioni più dettagliate sugli animali presenti sulla scena o nelle vicinanze, anche quando la loro presenza sembra irrilevante.

L’interpretazione dei casi di necrofagia come parte di fenomeni naturali, secondo molti studiosi, potrebbe contribuire a ridurre gli errori nelle indagini e ad adottare decisioni più prudenti. Inoltre, un approccio più attento da parte dei professionisti incaricati delle indagini potrebbe favorire una documentazione più accurata, attualmente limitata a causa della trascuratezza o della superficialità nella raccolta dei dati.

Una situazione comune tra le persone il cui cadavere viene ritrovato in condizioni compromesse dagli animali domestici è la sindrome di Diogene, un disturbo caratterizzato dall’isolamento sociale e dalla trascuratezza estrema nell’igiene personale e domestica. La valutazione forense di tali casi è spesso ostacolata dallo stato di abbandono e degrado della casa della vittima, nonché dalla presenza di animali domestici mai portati all’esterno o raramente curati.

Un caso riportato in uno studio del 2015 descrive il ritrovamento del cadavere di una donna ottantatreenne con la mandibola scarnificata, avvenuto diversi giorni dopo la sua morte, causata da una cardiopatia ischemica, in una casa invasa da cumuli di rifiuti e feci di cane a Córdoba, in Argentina. Le mutilazioni post-mortem sono state attribuite a due cani domestici meticci, privi di cibo. Nonostante il coinvolgimento dei cani fosse solo indiretto, le autorità hanno deciso di sopprimerli entrambi per evitare che potessero ripetere tale comportamento alimentare in futuro.

La necrofagia da parte degli animali domestici non è limitata esclusivamente ai cani e ai gatti, sebbene siano stati i casi più studiati, sebbene rari. Un caso risalente al 1995, riportato in uno studio, riguardava una donna di 43 anni trovata morta nel suo appartamento. Il suo corpo, seminudo, presentava lesioni estese dei tessuti molli del volto. Inizialmente, le indagini suggerirono la possibilità di violenza sessuale. Tuttavia, l’autopsia rivelò che la morte era stata causata da complicazioni di una polmonite lobare e una pleurite avanzata, e che le lesioni facciali erano state inflitte post mortem da morsi di un roditore.

A volte, nell’analisi forense, può risultare difficile determinare la causa della morte quando tessuti e organi interni sono stati consumati dagli animali domestici. Questa mancanza di informazioni cruciali può rendere complesso distinguere se la morte sia stata causata da un’intossicazione o da un trauma, come evidenziato in uno studio recente pubblicato su Forensic Science, Medicine and Pathology. Molti dei casi esaminati nella ricerca mancano di dettagli sulla presenza di animali domestici sulla scena, il che rappresenta un’informazione essenziale per comprendere il contesto dei traumi e delle lesioni riportate dai cadaveri.

Carolyn Rando, antropologa forense presso l’University College di Londra, ha dichiarato che la limitata letteratura scientifica sui comportamenti necrofagi degli animali domestici verso i loro proprietari suggerisce che i cani tendono a concentrarsi sulla faccia e la gola, mentre i gatti preferiscono il naso, il labbro superiore e le dita. L’ipotesi prevalente tra i ricercatori è che la fame sia il principale motivo dei comportamenti necrofagi, anche se non è necessario che l’animale trascorra molto tempo affamato prima di manifestarli.

Un consiglio importante fornito dal gruppo di ricerca dell’Università di Berna agli investigatori è di registrare attentamente le informazioni riguardanti le dimensioni, la razza e il numero degli animali presenti sulla scena del crimine, anche quando sembra irrilevante per il caso specifico. Questo tipo di raccolta dati potrebbe rivelarsi utile per determinare se eventuali morsi di animali abbiano influenzato le lesioni, e quindi impattare sulla stima dell’ora della morte.

Secondo Gabriel Fonseca, odontologo forense presso l’Universidad de La Frontera a Temuco, in Cile, le indicazioni fornite dal gruppo di ricerca dell’Università di Berna sono preziose per attirare l’attenzione su informazioni spesso trascurate. Fonseca ha sottolineato l’importanza della formazione dei primi soccorritori affinché non vengano ignorate fonti di prove cruciali. Ha citato un caso recente in Cile in cui una donna anziana, apparentemente morta per cause naturali, è stata trovata con il volto parzialmente mangiato dal suo cane. Successive indagini hanno rivelato un trauma cranico nascosto, che ha portato gli investigatori a concludere che la donna era stata colpita in faccia durante una rapina e i morsi del cane avevano mascherato le ferite.

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