Attualità Curiosità Oltre il linguaggio umano: Cosa ci insegna “Jumpers” sulla comunicazione interspecie. Di PetNews24 Scritto: 10 Marzo 2026 7 minuto/i di lettura I suoi lamenti ricordano il cigolio di una vecchia porta. Mogwai, il mio cane di 13 anni, mi fissa con i suoi grandi occhi spalancati: il messaggio è inequivocabile, sono le cinque del pomeriggio e la cena è un diritto acquisito. Quando rispondo con il gesto della mano per dirgli “niente snack”, il suo sbuffo risentito conferma che il messaggio è arrivato, anche se non gradito. Tra noi esiste un codice, ma potremo mai spingerci oltre? È questa la promessa di Jumpers – Un salto tra gli animali, il nuovo film Disney e Pixar ora nei cinema. La protagonista Mabel sperimenta una tecnologia rivoluzionaria che trasferisce la coscienza umana in robot biomimetici, permettendole di parlare con le creature del bosco nei panni di un castoro. Se nel film questo legame svela segreti inimmaginabili, nella realtà quanto siamo vicini a una vera conversazione? Lo abbiamo chiesto a chi studia il linguaggio animale ogni giorno. Il confine tra realtà e finzione si fa sempre più sottile. “Sebbene l’idea di ‘abitare’ un robot per entrare nella mente animale resti fantascienza, alcuni elementi di Jumpers stanno diventando realtà”, spiega David Gruber, esploratore di National Geographic. Attraverso il Project CETI, il suo team sta cercando di decodificare il complesso sistema di vocalizzazioni dei capodogli, che si sta rivelando molto più simile al linguaggio umano di quanto immaginato. Ma i capodogli non sono soli. In tutto il mondo, la scienza sta mappando i codici del regno animale: dagli scimpanzé che apprendono la lingua dei segni, alle seppie che comunicano attraverso complessi gesti delle braccia, fino ai “fischi-firma” dei delfini tursiopi. Secondo Arik Kershenbaum (Università di Cambridge), queste scoperte suggeriscono che specie come delfini e primati potrebbero effettivamente sostenere conversazioni significative se addestrate. Tuttavia, avverte lo studioso, “siamo quasi certi che nessuna specie utilizzi un vero linguaggio in natura”. La sfida resta enorme: decifrare segnali che intrecciano vista, udito e olfatto in habitat remoti o sottomarini è un puzzle biologico di estrema complessità. Nonostante l’abisso che ci separa, con i cani abbiamo costruito un ponte. Grazie a millenni di addomesticamento, siamo diventati esperti nel leggere la loro postura e le loro vocalizzazioni; una “capacità di comunicazione interspecie”, come la definisce Kershenbaum, che resta però limitata. Riconoscere un comando, infatti, non equivale a comprendere una sintassi complessa. Yossi Yovel (Università di Tel Aviv) è scettico: l’idea di una chiacchierata uomo-animale simile a quella tra due persone è, con ogni probabilità, pura utopia. Nel regno animale, i segnali — che siano suoni, odori o gesti — servono a trasmettere bisogni immediati: fame, pericolo, attrazione. È una dote tipica delle specie altamente sociali come delfini, lupi e primati, dove decodificare lo stato emotivo del compagno è una questione di sopravvivenza. Eppure, manca ancora il salto verso il linguaggio astratto o la grammatica. Come sottolinea David Gruber, il problema non è solo la lingua, ma la percezione: un leone vive in un mondo così distante dal nostro che, anche se usasse le nostre parole, i suoi concetti resterebbero per noi oscuri. È il dilemma sollevato da Ludwig Wittgenstein: senza un’esperienza condivisa del mondo, il linguaggio da solo non può creare un vero significato. Nonostante le sfide, la scienza sta compiendo passi da gigante nella decodifica dei segnali animali. Il vero punto di svolta è l’Intelligenza Artificiale: grazie al deep learning, i ricercatori riescono oggi a individuare schemi sonori quasi impercettibili per l’orecchio umano. “Siamo vicini a tradurre le voci di milioni di specie a un livello mai visto prima”, afferma entusiasta David Gruber. Tuttavia, isolare un suono è solo l’inizio. Il passaggio cruciale è capirne il significato, un compito che resta complesso. Anche l’uso delle scansioni cerebrali presenta limiti evidenti: “Addestrare un animale a restare immobile in una risonanza magnetica non riproduce certo un contesto naturale”, osserva Kershenbaum. I benefici di una potenziale “traduzione” sarebbero immensi: dal migliorare il benessere del bestiame e degli animali domestici alla protezione degli habitat selvatici, captando segnali di stress o pericolo in tempo reale. Ma la cautela è d’obbligo. Studiosi come Yovel e Kershenbaum restano scettici sull’idea di un dialogo “umano”: la maggior parte delle specie non ha bisogno di un linguaggio complesso e non lo utilizza. Il vero valore della ricerca, dunque, risiede nel comprendere profondamente la vita di quegli animali sociali — come lupi e balene — che traggono un reale vantaggio evolutivo dalla comunicazione.