Attualità Curiosità Dalle culle alle cucce: il volto del declino demografico. Di PetNews24 Scritto: 10 Aprile 2026 5 minuto/i di lettura Secondo l’ultimo rapporto di settore, il numero di animali domestici in Italia ha ormai superato quello dei residenti. Questo sorpasso non va inteso come la causa del calo delle nascite, quanto piuttosto come una sua conseguenza: cani e gatti assumono sempre più spesso il ruolo di sostituti affettivi in un contesto demografico in forte contrazione. Recentemente abbiamo analizzato su queste pagine il declino demografico che sta colpendo l’Italia. Oltre ai numeri, è la quotidianità a parlare: i passeggini diminuiscono mentre i guinzagli aumentano. Ma cosa dicono i dati reali dietro questa percezione? Il Rapporto Assalco-Zoomark 2025 conferma il trend: gli animali domestici hanno ufficialmente superato gli abitanti della Penisola. Nel 2024, a fronte di 59 milioni di italiani, si contavano ben 65 milioni di pet. La piramide della compagnia vede i pesci al primo posto (28 milioni), seguiti da 11,9 milioni di gatti e 9 milioni di cani. A sancire questo legame profondo è anche l’analisi Changes-Unipol, che rileva come ormai il 57% degli italiani condivida la propria casa con un animale. L’analisi dei dati Istat evidenzia un sorpasso storico nel decennio 2014-2024. Mentre la popolazione dei giovani tra 0 e 14 anni è scesa da 8,4 a 7,2 milioni, gli “amici a quattro zampe” hanno percorso la traiettoria opposta: i cani sono passati da 7 a 9 milioni e i gatti da 7,5 a ben 11,9 milioni. Se nel 2014 i bambini superavano ancora numericamente sia cani che gatti, oggi il rapporto è capovolto, come suggerito dal mercato: i punti vendita Arcaplanet sono ormai il triplo rispetto a quelli di Prénatal. Questo scenario di “più cucce e meno culle”, tuttavia, non indica che gli animali abbiano rubato il posto ai figli nel cuore degli italiani. Piuttosto, ne sono diventati i surrogati. Secondo la rilevazione Changes-Unipol, sebbene il 79% degli intervistati consideri il proprio pet un familiare a tutti gli effetti, la maggioranza (63%) rifiuta l’idea che un animale possa sostituire un figlio (opinione che scende al 28%). Emerge dunque una distinzione netta: l’animale colma un vuoto affettivo, ma non per questo viene equiparato a un figlio dalla maggior parte della popolazione, con l’eccezione delle fasce più giovani. L’interpretazione dei dati suggerisce una realtà chiara: pochi equiparano razionalmente un animale a un essere umano, eppure la maggioranza lo accoglie come un familiare a tutti gli effetti. Sarebbe un errore logico additare la preferenza per i pet come causa della denatalità; al contrario, l’aumento di cani e gatti è un effetto del vuoto demografico. Gli animali sono chiamati a colmare un “buco affettivo”: laddove manca un figlio, Argo diventa un succedaneo emotivo. Questo spiega perché la curva discendente delle nascite viaggi in parallelo a quella ascendente dei pet: meno culle ci sono, più aumenta il bisogno di riempire quegli spazi con un affetto fedele e immediato. Il legame affettivo si traduce oggi in una marcata umanizzazione del cane. Il mercato riflette questa tendenza offrendo prodotti un tempo impensabili: cappottini firmati (persino per razze nate per il gelo come i Terranova), calzature, passeggini per esemplari sani e una dieta che scimmiotta quella umana. Resta un paradosso quasi darwiniano chiedersi come abbiano fatto razze fragili come il Pechinese a sopravvivere per millenni senza mantelline e scarpette tecniche: un mistero che l’evoluzionismo fatica a spiegare, ma che il marketing ha risolto brillantemente.