Home Ambiente Trieste. La città diventa “Capitale” della biodiversità, i segreti degli animali selvatici.

Trieste. La città diventa “Capitale” della biodiversità, i segreti degli animali selvatici.

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Trieste è una città di frontiera, ma non solo per la storia, la cultura o i flussi migratori umani. Lo è, forse soprattutto, per la natura. Negli ultimi anni il capoluogo giuliano si è guadagnato sul campo il titolo di vera e propria “capitale” della biodiversità, un laboratorio a cielo aperto dove la fauna selvatica non solo resiste, ma prospera. Il segreto di questa straordinaria ricchezza biologica risiede in un territorio unico: il Carso, un immenso ponte verde che collega l’Italia alla Slovenia e, di conseguenza, al cuore pulsante delle foreste balaniche.

Il Carso non conosce confini di stato. Per linci, orsi, lupi, sciacalli dorati e innumerevoli specie di uccelli e rettili, questo altopiano roccioso è un’autostrada ecologica. La vicinanza con la Slovenia — un Paese che ha fatto della gestione e della conservazione della fauna un pilastro nazionale — garantisce un flusso continuo di animali.

Quando le foreste slovene si popolano, i giovani esemplari in cerca di nuovi territori si muovono verso occidente. Trovano nel Carso triestino un habitat ideale: un mosaico di lande carsiche, boscaglie di sommacco e rovere, doline umide ed erte falesie che si tuffano nel mare Adriatico. Questa incredibile varietà di microclimi in uno spazio così ristretto permette la convivenza di specie mediterranee e specie tipicamente montane o continentali.

Fino a pochi decenni fa, l’idea di avere grandi predatori a pochi chilometri da Piazza Unità d’Italia sembrava una fantasia. Oggi è realtà. Il lupo ha stabilito branchi riproduttivi sul Carso, muovendosi con discrezione tra i muretti a secco e i boschi di pino nero. Lo sciacallo dorato, un canide opportunista arrivato proprio dai Balcani, ha trovato qui una delle sue roccaforti italiane, complice la sua straordinaria capacità di adattamento.

Anche l’orso fa la sua comparsa regolare. Non si tratta di popolazioni stanziali, ma di giovani maschi in “dispersione” dalla Slovenia che attraversano il Carso, esplorano il territorio e talvolta si spingono fin quasi alle porte della città, per poi fare ritorno nei fitti boschi oltreconfine. E poi c’è la lince, il fantasma dei boschi, oggetto di importanti progetti di reintroduzione internazionali che vedono la vicina Slovenia come fulcro e il Carso come naturale corridoio di espansione.

Ciò che rende Trieste un caso studio internazionale è la stretta vicinanza tra questa natura selvaggia e il tessuto urbano. A Trieste non è raro avvistare caprioli nei giardini pubblici, cinghiali che passeggiano lungo le strade periferiche o ascoltare il canto del gufo reale tra le pareti rocciose della Val Rosandra, a due passi dalle zone industriali.

Questa vicinanza comporta delle sfide. La convivenza richiede una cittadinanza consapevole e una gestione scientifica del territorio. Gli esperti biologi e i forestali locali lo ribadiscono spesso: gli animali non stanno “invadendo” la città, stanno semplicemente utilizzando un territorio che offre loro rifugio e cibo, muovendosi lungo linee invisibili che collegano i boschi sloveni al mare.

Il ruolo di Trieste come capitale della biodiversità è un promemoria di come la natura possa rigenerarsi se le si lascia spazio. Il Carso, storicamente disboscato nei secoli passati per sfruttare il legname e il pascolo, ha vissuto un imponente processo di rimboschimento spontaneo nel corso del Novecento. Oggi, quel polmone verde è il custode di segreti selvatici che continuano a stupire i ricercatori.

Proteggere il Carso e mantenere liberi i corridoi ecologici con la Slovenia non è solo un dovere ambientale, ma è l’unico modo per garantire che Trieste continui a essere questa straordinaria anomalia: una città cosmopolita dove, girato l’angolo di un palazzo asburgico, ci si può ancora imbattere nello sguardo selvaggio del bosco.

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