Home Animali marini Canale di Sicilia: documentato per la prima volta sott’acqua un grande squalo bianco.

Canale di Sicilia: documentato per la prima volta sott’acqua un grande squalo bianco.

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Un incontro ravvicinato che definire storico è poco. Nel cuore del Mar Mediterraneo, precisamente nelle acque profonde del Canale di Sicilia, un team di subacquei professionisti è riuscito a filmare e fotografare da vicino un esemplare adulto di grande squalo bianco (Carcharodon carcharias).

Non si tratta del solito avvistamento fugace dalla superficie o della tragica cattura accidentale da parte di un peschereccio: a memoria dei registri biologici, questo rappresenta il primo avvistamento documentato interamente sott’acqua da subacquei nel Mar Mediterraneo. Un evento scientificamente straordinario, avvenuto durante una missione ad alto valore ecologico.

L’incontro è avvenuto durante una spedizione congiunta tra i volontari dell’organizzazione internazionale Ghost Diving e della fondazione no-profit Healthy Seas, due realtà da anni impegnate nella bonifica degli ecosistemi marini. I subacquei esperti Derk Remmers e Pascal van Erp erano impegnati in una complessa operazione di rimozione di “reti fantasma” – enormi attrezzature da pesca abbandonate o impigliate – attorno a un relitto sui fondali del canale.

All’improvviso, dall’oscurità del blu, è emersa la sagoma inconfondibile del predatore apicale per eccellenza.

“Le mie dita tremavano per l’emozione, ho faticato persino ad accendere la telecamera”, ha raccontato Remmers alla BBC. “È stato un incontro incredibilmente speciale. Lo squalo nuotava con estrema calma vicino a noi, si allontanava nel blu e poi tornava indietro a controllarci, incuriosito ma mai aggressivo”.

Il video e gli scatti raccolti mostrano l’animale in perfetto stato di salute, mentre perlustra maestosamente la zona prima di sparire negli abissi. Oltre alle straordinarie immagini, il team è riuscito a effettuare preziosi campionamenti di DNA ambientale (eDNA) nell’area circostante, uno strumento cruciale per tracciare geneticamente la fauna ittica d’alto mare.

Per l’opinione pubblica, la presenza dello squalo bianco evoca scenari da film e immaginari oceanici lontani. In realtà, i biologi marini ricordano costantemente che lo squalo bianco è una specie nativa del Mar Mediterraneo, dove nuota da circa 3,2 milioni di anni. Il Canale di Sicilia, lo Stretto di Messina e le acque che collegano l’Italia settentrionale alla Croazia sono storicamente considerati tra le principali aree di riproduzione (nurseries) di questo grande predatore nel Mare Nostrum.

Tuttavia, imbattersi in un esemplare oggi è un evento più unico che raro. Negli ultimi cinquant’anni, le popolazioni di squali nel Mediterraneo hanno subito un collasso drastico, stimato attorno al 90-95%, a causa della perdita di habitat, della diminuzione delle grandi prede (come tonni e mammiferi marini) e, soprattutto, del bycatch (la pesca accidentale). Oggi lo squalo bianco è inserito nella Lista Rossa dell’IUCN come specie in pericolo critico di estinzione nelle nostre acque.

Gli esperti invitano a respingere qualsiasi forma di psicosi o ingiustificato allarmismo. Come sottolineato dagli stessi subacquei protagonisti della vicenda, l’avvistamento è avvenuto in mare aperto, a chilometri di distanza dalle spiagge e a profondità notevoli. Gli squali bianchi non vedono gli esseri umani come prede e gli incidenti nel Mediterraneo sono statisticamente quasi inesistenti.

Al contrario, la notizia è stata accolta dalla comunità scientifica con profondo entusiasmo. La presenza di un predatore al vertice della piramide alimentare come lo squalo bianco è un indicatore fondamentale di salute ambientale. Significa che in quel tratto del Canale di Sicilia la catena trofica è ancora intatta e sufficientemente ricca da sostenere la sopravvivenza di un grande predatore.

Questo storico avvistamento pulsa come un potente promemoria: il Mediterraneo custodisce ancora una biodiversità ancestrale e segreta, un patrimonio sommerso che abbiamo il dovere assoluto di proteggere, a partire dalla rimozione di quelle barriere invisibili e letali, come le reti abbandonate, che l’uomo continua a dimenticare sui fondali.

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